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Trieste – Mongolia

20 agosto 2009

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Continuiamo in direzione Krasnoyarsk e per lunghi tratti corriamo a fianco alla mitica Transiberiana. Fermi ad un passaggio a livello, una targa ci ricorda che per Mosca mancano 4.700 chilometri, 4.500 quelli per Vladivostok. In questo Paese le distanze sono talmente enormi che, pur impegnandoci a macinare chilometri, i nostri progressi sembrano ridicoli e la freccia del GPS inchiodata sempre nello stesso punto. Le strade sono pessime per lunghi tratti, con molte piste che ci rallenteranno terribilmente. Presso una officina lungo la strada rinforzeremo i supporti degli ammortizzatori posteriori di entrambe le Panda, in quanto si erano formate nuovamente delle preoccupanti crepe. Alla fine della giornata fermeremo il contachilometri dopo solo 730 unità. Il campo lo faremo in una radura, ai margini di un bosco di pini e di betulle, vegetazione predominante della zona.

19 agosto 2009

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Dopo la notte passata davanti alla sbarra, alle 8:00 finalmente aprirà il confine. Perderemo parecchio tempo per l’uscita dalla Mongolia, mentre l’entrata in Russia sarà inaspettatamente veloce. Alle 11:30 saremo di nuovo in cammino. Nulla di particolare da segnalare, giornata di trasferimento noiosa, come da qui in poi ne seguiranno molte altre. Questa ci vedrà fare il campo vicino ad Irkutsk, dopo 535 chilometri. Tutto sommato non male per aver perso mezza giornata alla frontiera.

Tutto meno che noioso, invece, lo scenario che veloce scorre oltre i finestrini. Pochi chilometri dopo Ulan-Ude inizia il lago Baikal, contenente un quinto delle riserve d’acqua dolce del mondo e, con i suoi 1.600 metri, il più profondo al mondo. Lo costeggiamo per un lungo tratto, spesso rimanendo incantati da splendidi panorami.

18 agosto 2009

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Al mattino si controllano le automobili, riparando anche due piccole forature. Alle 12:00 ritiriamo i visti (400 $), liberiamo l’albergo e partiamo. Salutiamo Ulaanbaatar sotto una pioggia insistente e, lentamente, il caotico traffico cittadino lascia il posto a quello più rado della strada che ci porta verso la Russia. Pian piano le gher diventano più rade e si cominciano a vedere i primi alberi. Arriviamo al confine alle 21:00. Lo troveremo chiuso.

17 agosto 2009

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Decidiamo di andare in ambasciata russa in tarda mattinata, nonostante sapessimo che le richieste di visto per gli stranieri sono accettate solo dalle 14:00 alle 15:00. Oltre a completare il modulo di richiesta non potremo, infatti, fare null’altro. Andiamo a cambiare denaro e decidiamo di andare a pranzo in un locale che fornisce pure l’accesso ad Internet. Pranziamo, cerco di aggiornare il blog ma dopo poco Internet non va più. Massimiliano si accorge di non avere più il borsello. E’ sicuro di averlo avuto con se anche al ristorante, cerchiamo dappertutto ma del borsello nessuna traccia. E’ un guaio, dentro ci sono i documenti dell’automobile e le patenti internazionali. Sono quasi le due, Stefano, Massimiliano e David si recano all’ambasciata per la consegna dei visti, io rimango nel locale a cercare. Una cameriera parla un po’ d’inglese e, notate delle telecamere all’interno del locale, le chiedo se effettuassero le registrazioni. Mi risponde che le registrazioni vengono svolte da una società terza e si offre di accompagnarmi presso la loro sede. Dopo una lunga camminata giungiamo finalmente a questo ufficio, dove in poco meno di mezz’ora viene spiegato il mistero.

Nelle registrazioni si vede chiaramente Massimiliano entrare con la borsa a tracolla, due individui seguirlo a breve distanza e, gli stessi due individui, uscire con la borsa appena rubata. Eravamo in un tavolo isolato e non abbiamo avuto la sensazione che nessuno, oltre alla cameriera, si fosse avvicinato a noi. I fotogrammi non mostrano come i due uomini si siano impossessati del borsello, in quanto il tavolo è in una zona d’ombra delle telecamere. Le sequenze più significative, assieme al player, le salvo su un pen drive e raggiungo i miei amici all’ambasciata. Ci recheremo, guidati da un “local” gentilmente offertoci dall’ambasciata stessa, presso una stazione di polizia per effettuare a denuncia. Non con poche difficoltà riusciremo ad installare il player su un pc pieno di virus della stazione di polizia e a far visionare loro i filmati. Uno dei poliziotti presenti, non appena vede alcune sequenze, corre fuori dalla porta parlando concitatamente al telefonino.

Ci chiedono di aspettare.

Meno di un’ora dopo il borsello ci verrà riconsegnato senza che al suo interno manchi nulla.

Tiriamo tutti un grosso sospiro di sollievo. Ringraziamo calorosamente i funzionari di polizia, anch’essi visibilmente soddisfatti.

16 agosto 2009

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Pessimo risveglio. Manca l’acqua calda e mancherà per dei giorni. Stanno facendo lavori sulla condotta principale. Come in Russia e in molti altri Paesi dell’Est, ci sono grandi centrali termiche che riforniscono di acqua sanitaria aree urbane molto vaste. Oltre all’enorme spreco energetico, determinato dalla dispersione delle tubature, l’altro ovvio inconveniente è che quando si fa manutenzione, si lascia mezza città senza acqua calda. Decidiamo di andare a vedere il più importante centro buddista mongolo, quello di Gandan Khiid. Giriamo un po’ la città e facciamo i turisti.

Dopocena, al nostro ritorno in albergo, scopriremo che avranno rubato due taniche dal tetto delle nostre Panda.

15 agosto 2009

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Ieri, quando siamo arrivati eravamo molto stanchi, quindi, appena salutato gli amici del MongolRally alla finish line, ci siamo subito messi in cerca di un albergo. Trovatolo ci siamo sistemati. Stefano decise di uscire a vedere un po’ la città, David e Massimiliano optarono per rimanere in albergo, anche se scoprirò poi che pure loro, più tardi, cambiarono idea e uscirono. Nonostante la stanchezza decisi di fare un giro. La città è molto grande e camminai molto, perdendomi, ritrovandomi e perdendomi nuovamente. Era da poco passata la mezzanotte, decisi di entrare in uno dei molteplici locali della via che stavo percorrendo. Uno a caso.

Entrai, mi accomodai e chiesi una vodka. Il cameriere mi fece pagare in anticipo, 15.000 tughrik, l’equivalente di 10 dollari. Pagai. Non mi portò un bicchiere ma direttamente una bottiglia. Il locale era poco illuminato, sporco e fatiscente. Sembrava equivoco. Non feci in tempo ad assaggiare la vodka che una decina di poliziotti fecero irruzione nel locale. Si scatenò un parapiglia generale, gente che scappava, poliziotti che inseguivano, uno di questi munito di telecamera riprendeva tutto. Non mi scomposi, era una vicenda che non mi apparteneva. Ero un turista capitato lì per caso. Si avvicinò un poliziotto e, con faccia feroce, mi urlò qualcosa e mi fece cenno di uscire. Mi alzai e feci per prendere la bottiglia di vodka. Me la strappò di mano, sempre urlandomi qualcosa. Un altro poliziotto mi spintonò giù dalle scale. All’uscita altri poliziotti ad attendere la gente che scendeva. Venne fatta una prima scrematura su chi sarebbe stato rilasciato subito e chi trattenuto. E’ il mio turno: – “Passport” – mi dice una donna in divisa. Replico che il mio passaporto è in hotel, tirando fuori il biglietto da visita dell’albergo. La donna in divisa scambia qualche parola con un suo collega, questo alza le spalle ed indica un furgoncino che funge da cellulare. Sarò il primo a salirci. Su quel piccolo mezzo, con posti per sette persone, saremo stipati all’inverosimile, più di 15, senza contare autista e guardia che sedevano fianco a fianco in prima fila. Il percorso sembrava interminabile. Ci scaricarono in una stazione di polizia, e ci misero in una specie di sala riunioni. C’era già altra gente, di tutti i tipi, prostitute, ubriachi, gente con il volto tumefatto o la testa sanguinante. Alcuni erano sdraiati per terra.

Passarono ore, chiesi spiegazioni ma nessuno parlava inglese. In qualche modo, a gesti, compresi che avrei dovuto aspettare le otto del mattino. Verso le quattro chiamarono alcune persone e le portarono fuori dalla stanza. Dei feriti non se ne curava nessuno. A gruppi, in momenti vari, arrivava altra gente. Alle otto chiesi nuovamente spiegazioni. Mi dissero che avrei dovuto aspettare le nove. Mandai un SMS agli amici affinché non si preoccupassero della mia assenza e, se possibile, mi inviassero il numero d’emergenza dell’ambasciata. Arrivarono le undici, mi dissero che avrei dovuto attendere le sedici. I miei amici, con ovvie difficoltà, riuscirono finalmente a rintracciare il numero dell’ambasciata tedesca e a trasmettermelo. E’ questa sede, in mancanza di una ambasciata italiana a Ulaanbaatar, che svolge compiti di supplenza per i nostri connazionali. Composi il numero, una segreteria automatica mi comunicò il numero d’emergenza per i cittadini italiani. Mi rispose un signore gentile che, in inglese, mi rassicurò e si fece dare il numero del distretto di polizia che mi tratteneva. Avrebbe fatto chiamare da qualcuno di sua fiducia, lui non parlava mongolo.

Erano circa le 15:00 quando un poliziotto mi chiamò e mi indicò la porta. Mi strinse la mano sorridendo, ero libero. Nessuno mi ha fornito spiegazione alcuna. Chiamai il rappresentante dell’ambasciata tedesca, per ringraziarlo e chiedere spiegazioni. Mi disse che non ne ha avute neanche lui ma la cosa importante era che io fossi stato rilasciato.

Presi un taxi, mangiai qualcosa al ristorante vicino alla finish line, dove incontrai i miei amici che, ovviamente, mi presero in giro. Andai in albergo a riposare un paio d’ore, poche dopo sarebbe iniziata la festa d’arrivo del MongolRally.

Tra birra, musica e gonnellini scozzesi incontreremo Francois, il ragazzo londinese rimasto bloccato agli inizi di agosto tra la frontiera kazaka e quella russa, alla dogana furono inflessibili, ha dovuto trascorrere ben 5 giorni e 4 notti nella terra di nessuno. L’unico aiuto lo ha avuto dai camionisti russi in transito, che lo hanno rifornito di cibo, acqua e, naturalmente, vodka. Una volta ottenuto l’ingresso in Russia, Francois, raggiunse i suoi amici facendo autostop e prendendo il treno, per poi finalmente continuare il viaggio con loro fino a Ulaanbaatar.

14 agosto 2009

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Man mano che ci avviciniamo a Ulaanbaatar i tratti di asfalto diventano sempre più frequenti. Abbiamo fretta e diamo gas anche sui lunghi tratti di pista. Vogliamo arrivare prima possibile per richiedere all’ambasciata russa i visti di transito per il rientro. Arriveremo alla 16:00, ora locale. L’ambasciata ha chiuso giusto un ora prima. Essendo venerdì se ne riparlerà solo lunedì. Ci presentiamo al traguardo, dove verremo accolti dall’organizzazione e dai pochi team giunti prima di noi, con sorrisi e strette di mano. Scattiamo le foto di rito.

Missione compiuta.

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13 agosto 2009

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A circa 30 chilometri di Arvaikheer troveremo l’asfalto. In città cambieremo valuta, faremo rifornimento e prenderemo qualcosa da mangiare. Riprendiamo in direzione Ulaanbaatar. All’uscita della città troviamo un posto di pedaggio, subito dopo un ponte e ancora asfalto. Durerà solo pochissimi chilometri: la strada, in costruzione, risulterà impercorribile. Ancora piste disastrate. Il Panda di David e Massimiliano incomincerà a dare problemi di temperatura: la ventola del radiatore gira poco. In mezzo a una bufera di sabbia e polvere la smonteremo e gireremo i carboncini. Problema temporaneamente risolto.

12 agosto 2009

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Viaggiamo per enormi altopiani su quote differenti, ogni volta che scolliniamo e abbiamo la sensazione di essere in cima, ci aspetta in lontananza una nuova collina e un nuovo pianoro. Percorriamo piste parallele; senza avvederci queste divergeranno per chilometri e ci perderemo di vista. Ci ritroveremo solo grazie a un debole segnale radio e al buonsenso. La Panda di Stefano e Paolo rimarrà frenata a causa di un cavo del freno a mano rimasto inceppato. Problema di poco conto, subito risolto: freno a mano eliminato, accessorio inutile.

Il toule ondulé non ci da tregua, interrotto solo da buche o da pietre. Strade più adatte ai fuoristrada che a delle piccole Panda nate per il traffico cittadino. A Nord del lago Biincagaan Nuur troveremo un fiume a sbarrarci il passo. In un villaggio di gher, su un carretto trainato da un trattore, una Skoda del team “The incredible yeti”, sbiellata con rottura del blocco motore, vuota e già con ruote e altre parti cannibalizzate. Perdiamo parecchio tempo a cercare un guado possibile, lo troveremo parecchi chilometri più a Sud e si presenterà comunque avventuroso.

Verso le quattro del pomeriggio un nuovo rumore, tra i molteplici presenti nell’abitacolo, annuncia il cedimento del supporto dell’ammortizzatore posteriore sinistro, lato telaio. Questa volta sarà più grave della prima, perché si staccherà il perno con un intero pezzo di inscatolato. Siamo in mezzo al niente. Stefano smonterà l’ammortizzatore e faremo alcuni chilometri con velocità di punta di 30 chilometri orari. Fortunatamente il nulla non è mai così vuoto come sembra, una decina di chilometri dopo entreremo in un villaggio con quattro opere in muratura, una pompa di benzina, un pozzo, un market e delle gher. Qualcuno lavora su di un camion, buon segno. Chiediamo a gesti se avessero una saldatrice, c’è l’hanno. La struttura è in muratura, un lato serve d’abitazione, in mezzo un locale con due ingressi, uno verso la strada, uno verso un cortile interno e l’ultima parte dell’edificio ospita un market. Nel locale con due ingressi c’è un generatore, una saldatrice pesante, un trapano a colonna. Ci danno la saldatrice, David e Stefano si mettono all’opera, sanno già quello che devono fare, lo temevano dalla partenza, avendo individuato in questo supporto una delle parti più a rischio della Panda. Trovano un pezzo di ferro angolare, servirà a ricostruire la parte danneggiata. Mentre Stefano, David e Massimiliano si industriano a risolvere il problema io decido di andare a riempire una tanica d’acqua che teniamo sul tetto e che ci serve per l’igiene personale quotidiana. Chiedo al proprietario dell’officina, questi mi indica la moglie che mi accompagna nella casa e mi mostrerà un bidone semivuoto, una bambina di 5 o 6 anni mi prenderà per mano e mi condurrà al pozzo. Una piccola struttura in muratura. La bambina mi farà sedere su un abbeveratoio in pietra, dicendomi d’aspettare. Dopo alcuni minuti arriva una signora con un mazzo di chiavi, mi saluterà e si metterà ad armeggiare alla serratura della piccola costruzione. Ne sbucherà un tubo e metterà in moto un generatore. Dal grosso tubo l’acqua sgorgherà copiosa, la bambina e altri suoi coetanei litigheranno per avere l’onore di riempire la tanica e di annegare me, visto che strattonandosi il tubo, l’acqua andava in ogni dove. Riempita la tanica chiedo alla signora quanto le debba. Sulla sabbia mi scrive 500, l’equivalente di circa 33 centesimi di euro. Pago. Lascio la tanica al pozzo e vado a prendere l’automobile. Quando ritorno a prenderla, il paese che sembrava deserto, ha ripreso vita. Il generatore è rimasto in funzione. Dei cani bevono all’abbeveratoio, molti, con contenitori disparati, corrono a riempirli, una ragazza, in mezzo alla piazza, con un secchio riempie una specie di imbuto legato su di un palo e si lava i capelli. Due bambini portano una tanica, più grossa della mia, verso casa. Io, da viziato occidentale, ho chiesto 30 litri d’acqua, come fosse una cosa ovvia. Non lo era. I nostri 33 eurocent hanno rifornito d’acqua l’intero paese per almeno un paio di giorni. La riparazione porterà via parecchio tempo e i lavori finiranno solo al tramonto. Dopo aver pagato, ringraziato per l’accoglienza e scattato le foto di rito, ci allontaneremo dall’accampamento delle gher per fare il campo per la notte pochi chilometri più avanti.

11 agosto 2009

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Veniamo svegliati all’alba da una mucca che a deciso di grattarsi le corna sul nostro paraurti, poi, chilometri e chilometri di territorio piatto, arido, argilloso o pietroso; quasi disabitato, solo qualche gher, di tanto in tanto, indica la presenza di una fonte d’acqua. Il sole è implacabile e il vento caldo e costante secca ogni cosa, anche la nostra pelle. Beviamo 3/4 litri d’acqua al giorno a testa, non sudiamo mai. Le ore di guida, nelle ore centrali della giornata, diventano molto pesanti. Frequenti piccoli tornado di polvere nascono e muoiono poche centinaia di metri dopo, non superano i 20 metri di altezza. Il motore picchia in testa ad ogni accenno di salita, la benzina che si trova in pompe di fortuna, azionate a mano, non supera gli 80 ottani. E’ un bene di lusso, costando quasi un dollaro, per una popolazione che mensilmente, mediamente, campa con circa 100 dollari. Forse per questo ci sono molte moto, più economiche e parche nei consumi, nonostante le pessime condizioni delle piste. E’ comune vedere delle gher con pannello solare, antenna satellitare e moto o UAZ parcheggiate a fianco.

Arriviamo ad Altai City, non volevamo arrivare qui ma ad Altai Tays, circa 120 chilometri più a Nord, ma i “locals” (come noi chiamiamo gli autoctoni), con le loro indicazioni ci hanno spedito qui. Muoversi solo su piste è meno banale di quanto possa sembrare. Il GPS aiuta ma è molto impreciso, abbiamo visionato pure una mappa della Mongolia di un equipaggio inglese che, forse corrisponderà alla rete viaria della Mongolia del 2050, con delle strade segnate non ancora costruite, cioè tutte, perché l’asfalto qui non esiste.

Altai City, dicevo, un centro civile di almeno 60.000 anime, con due banche, numerosi negozi, due Internet caffè affollatissimi ma privi di Internet e un vigile che ci ha fatto una multa perché avevamo parcheggiato troppo vicino ad un incrocio, ovviamente non ha avuto nulla da ridire quando siamo andati via contromano, per evitare una buca di mezzo metro. Dobbiamo fare benzina, cambiare valuta, rifornirci di acqua e viveri. Facile, no? Le insegne sono in cirillico e i negozi non hanno vetrine. Tutto sommato sarebbero inutili, vendono tutti le stesse cose. Al market si può solitamente trovare qualche genere di igiene personale e per la casa, sigarette, alcoolici, dolci confezionati, pane vecchio di giorni, farine. Hanno un frigo, di solito spento e vuoto, alcuni l’hanno acceso e ci tengono del burro artigianale. Il nostro pranzo di solito è a base di biscotti, fatto guidando, dei quali abbiamo ormai la nausea. In un negozio, stufi dei soliti dolci, chiediamo delle merendine esposte in uno scaffale, la signorina ride e ci indica tre merendine in una vetrinetta del bancone. Le diciamo che va bene, vogliamo due scatole, una per macchina. Gentilmente ci spiega, in un buon inglese, che le merendine disponibile sono solo tre. Le altre, quelle esposte, sono scatole vuote. Prendiamo l’acqua, tutta l’acqua in bottiglia del negozio: due bottiglie. Anche per le sigarette è lo stesso problema, fumiamo in tre su quattro, qualsiasi cosa, ma fumiamo. Quando acquistiamo le sigarette le prendiamo a stecche. Ora abbiamo imparato a non chiedere più la stecca, ma a chiedere prima quanti pacchetti di una determinata marca abbiano, per non mortificarli, visto che le sigarette qui le vendono anche sciolte ed è facile che abbiano solo pochi pacchetti. Dopo decine di negozi di alimentari visitati, partiremo con sette bottiglie d’acqua da 1,5 litri. Il latte lo abbiamo trovato non negli alimentari ma dal fruttivendolo.

Lasciamo il paese.

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